Vojo Mamma!

Dai, calmati, fermati, siediti qui un momento e parliamone...

Chi sono

Blogger: mamminacara
Mamma papera. Chi vuoi che sono? Il primo becco che hai visto da dentro l'uovo e ora dovrai seguirmi!... Se non vai di fretta, fermati un attimo e sentiti come a casa tua! Davanti al caminetto acceso ti racconterò una storia... Vuoi una fetta di torta?!

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martedì, 24 giugno 2008



IO INVECE SI'

p.s. Direi che è arrivato il momento di prendersi una pausa. Magari continuerò a postare una tantum  sui media, giusto perché continuino le immagini a parlare per me.
Buona Estate a tutti.
postato da: mamminacara alle ore 08:48 | link | commenti (19)
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giovedì, 19 giugno 2008

Nomignolo non e' uno dei 7 nani

Sarebbe interessante stilare un elenco dei nomignoli che affibbiamo ai nostri cuccioli e pubblicarlo, che so, su Wikipedia, alla voce "vezzaggiativi cretini". Se fossero paroline dolcemente distorte o teneri diminutivi o metafore affettuose. Ma più chiacchiero e leggo in giro, più mi rendo conto che questi figlioletti vengono soprannominati con vocaboli che rasentano l'insulto. Per carità, sempre con affetto...

Che dire, poi, di quelli onomatopeici!

Insomma, certi genitori esagerano sul serio! Non dico che dovremmo fare come i pellirossa, "chioma lucente al chiaror di luna" mi sembra un tantino esagerato e decisamente scomodo, specie quando devi richiamare all'ordine il piccoletto che si è appena affacciato al balcone del sesto piano... ma appellativi tipo "il cacasaette", "la lumaca", "l'alieno", "scorreggetta di mamma", "lo gnomo" e addirittura "mignottina di papà" hanno a mio avviso un non so che di deprimente.

Chi però proprio non sopporto, senza il minimo margine di tolleranza, è quella precisa tipologia di genitore che si rivolge al figlio con l'estensione di 'mamma' o di 'papà'.

Vi è mai capitato di sentirli? Qualunque cosa dicano, alla fine aggiungono "mamma" o "papà".

Chiedono qualcosa al piccolo? Bè, gli dicono "Hai fatto questa cosa, mamma?", "vuoi andare alle giostrine, papà?". Devono comunicare qualcosa alla loro figlioletta? Bè, le dicono "Brava, papà!", "Adesso dammi la manina, mamma."... (Poi, altro non sono che l'economizzazione in buona fede del modo di dire "a mamma" - fai il bravo, a mamma -, ossia si abbrevia risparmiando sulla "a".).

Qui mi ribello, perché oltre a non essere italiano corretto, rischia di generare confusione nel bagaglio informativo del piccino. Questo poveraccio si chiederà "Ma io come mi chiamo? E tu che mi parli così, chi sei, se 'mamma' sono io?".

Insomma, questi genitori si rivolgono al bambino o a loro stessi?

E comunque, un nome di battesimo glielo avranno pur dato, perché accidenti non lo usano?

Son questioni.

P.s. Per inciso, ecco uno stretto censimento dei nomignoli che uso io:

- Mica

- Davide

- Cuccioli

- Bimbi

La fantasia la lascio a chi non ne ha.

postato da: mamminacara alle ore 14:52 | link | commenti (15)
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lunedì, 16 giugno 2008

mi rode

Sono tornata al lavoro, è lunedì più di qualsiasi altro lunedì.
Il tempo ha ripreso il suo meccanismo elastico di accelerazioni e decelerazioni.
Prima era tutto uguale... era tempo che scorreva e basta.
Poi traffico, corridoi, sollecitazioni, inquinamento acustico, parlare, ridacchiare, incontrare, salutare, interagire.
La schiena ne ha risentito immediatamente, ai primi 3 chilometri di macchina.
Ma non è stato il dolore. E’ stato qualcosa di più acuto e sottile.
Sono tornata a casa prima possibile, non ho retto.
Le quattro pareti arancio mi hanno vista arrivare sfiancata. In un attimo ho tolto tutto quello che mi si era appiccicato addosso, orologio, anelli, orecchini, scarpe. Pesi inutili. Vestiti, pantomima, tempo impiegato male.
Mi sono buttata sul letto, sospesa in una dimensione che non riconosco.
Dov’ero stata fino a quel momento?
Avevo preso distanze, distanze vastissime. Da persone e cose e frangenti e contesti.
Avevo messo in conto che sarebbe tornato tutto come prima ma non è così. Non sono tornata affatto. 
......................
 
Guardo meglio, mi chiedo cosa mi hai dato finora.
Cerco, svuoto tasche, rovescio il cuore ma non trovo niente.
A parte due soldi di possibilità. E palate di negazioni.
Devi averlo perso da qualche parte
questo tuo “non ho niente da perdere”.
Cerca meglio.
postato da: mamminacara alle ore 15:14 | link | commenti (8)
categorie: ubi major
giovedì, 12 giugno 2008

Il migliore amico dell'uomo è il guinzaglio

Cambio.

Cambio Bar. Quello dietro casa è più vicino e mi fa litigare con meno gente.

Prima che possa anche cambiare idea per tempo, mi ritrovo costretta a salutare un vecchio amico.

Col suo seguito al guinzaglio.

“Ma guarda chi si vede!...”. Avverto un senso di nausea. Avevo cancellato il soggetto dalla memoria e adesso torna a galla. Come certi str...

Dopo lo scambio di strette di mano, pacche e bacetti, provo l’irresistibile istinto di cercare un fazzoletto in borsa.

Non ho la borsa.

“Carina, eh?” mi dice subito lui, ammiccando all’essere poco peloso che si trascina dietro e che non gli stacca gli occhi di dosso.

Certi sguardi li riconosco. Certi sguardi ululano adorazione incondizionata. Amo le bestie, non le bestialità, motivo per cui ancora una volta non mi riesce di trovare plausibile tanto servilismo.

Credono davvero di essere il migliore amico dell’uomo!

La cosa “carina” lo guarda come fosse l’unico al mondo, scodinzola timidamente e poi torna a guardarlo con occhi adoranti.

“Molto carina, sì” rispondo. Stiamo parlando dell’essere scodinzolante in terza persona.

Speriamo non mi faccia assistere a quei numeri da circo della serie “ora vedrai come corre se tiro un bastoncino! Ora vedrai come salta se glielo chiedo!...”.

Speriamo di no perché so che lei lo farebbe.

“Bè, come ti va? Io sto alla grande...” dice il vecchio amico. Non chiede per sapere, chiede per iniziare un discorso che parli di lui.

Mentre ascolto, non posso fare a meno di sorvegliare l’essere scodinzolante. E’ assurdo.

Sembra in attesa di un boccone da acchiappare al volo. E sta attaccata al suo padrone come un rampicante.

Lui, mentre si parla addosso, di tanto in tanto le allunga una carezza condiscendente.

Lo sguardo adorante si accende.

Sono sicura che se provassi ad abbracciare il suo padrone, mi azzannerebbe senza pietà. Ma me ne guardo bene. E non per timore della guardia.

Quando finalmente me ne libero, tutto quello di cui sento il bisogno è chiedere un digestivo.

Ho già cancellato lui ma credo che difficilmente dimenticherò l’essere scodinzolante.

Viviana. 36 anni. Bella ragazza, davvero... Ce li vedo, a festeggiare le nozze dal Veterinario.

Sorrido.

Sorrido ancora più forte quando penso a cosa davvero mi ha colpito di quell’incontro: il fatto è che, proprio come tra cani e padroni, pure in questa bella coppietta alla fine era lui a non accorgersi di essere portato al guinzaglio.

postato da: mamminacara alle ore 13:57 | link | commenti (5)
categorie: cinismo

Premiazioni

Ho ereditato un premio. I premi si ereditano? Diciamo di sì!  Di sicuro ho vinto qualcosa, se non altro nel cuore di una carissima amica, colei che me lo ha conferito...

http://respiridivita.splinder.com

Grazie...

................

L'assegnazione del premio suddetto ha un REGOLAMENTO ben preciso, ecco i termini:

1) Scegliere 5 blog che si considerano meritevoli di questo premio, per creatività, design e materiali particolari utilizzati, che diano un contributo alla comunità dei blogger, indipendentemente dalla lingua!
2) Ogni premio assegnato deve avere il nome dell'autore e il collegamento al suo blog, così che tutti lo possono visitare.
3) Ogni premiato deve esibire il premio e mettere il nome e il collegamento al blog di colui che ti ha premiato.
4) pubblicare le regole.
Orbene, preparate i fazzoletti e i discorsetti dentro la manica della giacca, perché passo lo scettro a:
http://mammerassegnate.splinder.com/
http://tantemamme.splinder.com/
http://appuntiamanolibera.splinder.com/
http://variasopravvivenza.splinder.com/
http://pipework.splinder.com/
postato da: mamminacara alle ore 13:09 | link | commenti (4)
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martedì, 10 giugno 2008

Una parola di troppo

Il fatto di essere inchiodata in casa per riposo forzato da 20 giorni, voi non ci crederete ma ha i suoi vantaggi.

Per esempio non avrei mai saputo che in orario ‘feriale’ il bar è gestito dal dio-sole fatto uomo.

Un ventottenne moro e alto, dai lineamenti delicati e con due occhi azzurri che potrebbero ipnotizzare una statua di granito.

 

Quando finalmente tre giorni fa ho visto luce e sono stata in grado di muovere due passi con le mie stesse gambe, la prima cosa che ho fatto è stata andare al bar per rifarmi la bocca con un caffè degno di questo nome.

Primo, perché io non so fare il caffè.

Secondo, perché quello di prendere un caffè vicino casa è diventato il mio rito fisso tutte le volte che torno da un lungo viaggio.

E questo, datemi retta, è stato un lungo viaggio.

 

Vedermi servire dal dio-sole di cui sopra, ha rappresentato un miraggio in pieno deserto.

Non sono più la timida ragazzina di un tempo, adesso non arrossisco e non balbetto di fronte ai fenomeni naturali di sesso maschile ma dopo aver chiesto distrattamente “un macchié caffato freddo, grazie”, ho dovuto raccattare da terra la mascella come solo nei cartoni animati di Tom e Jerry succede.

Il tipo, apparentemente inconsapevole delle reazioni che scatena intorno a sé, ha scostato una ciocca dei suoi lunghi capelli dal viso con gesto studiato, ha sbattuto un paio di volte le palpebre dalle ciglia lunghissime e ha detto “prego?” lasciando che mi specchiassi nelle sue due gocce di lapislazzuli.

“Vo-vo-le-vo di-dire un ‘caffè macchiato freddo’, per favore” ho ripetuto perfettamente padrona di me.

Mentalmente ho ripassato l’abbigliamento. Nel lasso di un flash ho visto come mi ero appena presentata agli occhi di un estraneo, ho visto la tuta, i capelli raccolti, il viso struccato e la camminata da post-ictus.

Tentando di assumere un contegno da bipede eretto, ho atteso che mi venisse servito il caffè continuando a rifarmi gli occhi ancor prima di rifarmi la bocca. Che non è cosa da tutti i giorni, diciamocelo.

Il tipo intanto si muoveva con grazia e virilità tra le tazzine.

Dopo un po’ mi ha presentato un cappuccino, dicendo “A lei, bella signora.”.

 

Ma vaff... te, il cappuccino e il signora!

Se è vero che le donne devono essere private della facoltà di pensiero, agli uomini bisognerebbe togliere il dono della parola.

 

postato da: mamminacara alle ore 08:48 | link | commenti (16)
categorie: aforismi
venerdì, 06 giugno 2008

Unicamente due

Maschio e femmina. Maschio il primogenito, femmina la secondogenita.

Due anni e mezzo di differenza.

Quando ho concepito Davide è stata la cosa più naturale del mondo.
Quando ho concepito Micaela, è stata una scelta.

E già lì credo cominci a prendere forma il concetto di Differenza.

Quando ho saputo che il mio primo figlio sarebbe stato maschio, in cuor mio non coltivavo preferenze. Tuttavia l’idea di portare nel mio grembo femminile un soggetto maschile, ha creato qualche perplessità. Ciò nondimeno è bastato poco perché capissi che quello, quello era davvero l’uomo della mia vita.

Quando ho saputo che nella seconda gravidanza aspettavo una femmina, anche allora non nutrivo preferenze di alcun tipo. Certo, tendenzialmente mi sarei sentita meno sprovveduta ad avere a che fare con qualcosa di già noto e già fronteggiato. Ma durante l’ecografia, alle parole “è femmina”, ho sentito una commozione e una tenerezza mai provate in vita mia.

Un’altra donna, dunque. Non ero più sola.

Strano a dirsi, ma è esattamente così che sono andate le cose.

La novità era che io venivo da una famiglia dove la primogenita ero io, femmina, e il secondogenito mio fratello. L’inversione dei ruoli non la conoscevo e non sapevo cosa aspettarmi.

Poi il tempo insegna che non esiste al mondo una sola situazione in cui puoi sapere cosa aspettarti esattamente.

Due anni e mezzo interamente spesi per crescere l’uomo della mia vita… Io e Davide eravamo entrati inevitabilmente in simbiosi. Lui il  Re e io la sua Regina.

Tempo, dedizione, attenzione… tutto per lui, al 100%.

Quando ho capito che non poteva durare per sempre, che forse per me era il massimo ma per lui rischiava di diventare un danno, allora e solo allora ho reciso il cordone ombelicale. E ho concepito Micaela.

Secondo figlio. Il primo è prima di tutto, il secondo viene solo dopo il primo. La legge inesorabile dei numeri costituisce un’altra differenza.

Micaela è venuta “dopo”. Non c’è niente da fare, questo è il suo destino fin da prima del concepimento.

Vaglielo a spiegare a un figlio che primo o secondo, non c’è differenza, che hai voluto il primo tanto quanto il secondo. Non puoi spiegarglielo perché non è vero.

Il secondo è una conseguenza del primo.

Inutile dire che non ci sono differenze. Questo ovviamente non significa che ci siano delle preferenze.

Il primo figlio è un salto nel vuoto. Il secondo… bè, il secondo pure.

Solo la consapevolezza cambia. E non è poco.

 

Quando è nata la sorellina, ho cercato di far vivere a Davide l’evento come una cosa naturale che, soprattutto, non gli avrebbe cambiato la vita. Nessuna pressione, nessuna costrizione. Se voleva andare a guardarla dormire, poteva farlo liberamente senza che io lo spiassi con una luce di conquista negli occhi. Se non voleva, non c’era problema.

Ecco, la sorellina non doveva essere un problema. Né un terzo incomodo tra me e lui.

Fortunatamente i neonati si limitano a mangiare e dormire, per cui quasi tutto il primo anno andò liscio come l’olio. E il primogenito sembrava non ne avesse sofferto, nessuna crisi di gelosia, nessuna regressione, nessun segnale di disagio.

Poi però Micaela è cresciuta. Ha piano piano cercato di ritagliarsi un suo spazio. Ha dolcemente reclamato la sua porzione di identità. Ha cercato un’interazione con la sua mamma. Ha preteso un riconoscimento… ha ricercato un legame con il fratello. Era come se dicesse, pur senza saper parlare, “Sentite, lo so che voi c’eravate già, ma adesso ci sono anch’io, cavolo!!!”

E lì son cominciati i dolori.

Sono riuscita a barcamenarmi alla meno peggio per un altro anno. Poi è scoppiato il putiferio.

E non ne sono ancora uscita!

Sono diventati terribilmente egocentrici tutti e due. Si comportano l’uno con l’altra come se entrambi fossero figli unici  e pretendono da me il comportamento adeguato.

Vivono in perenne competizione, in perpetuo reclamo! Cercano nel mio atteggiamento un arbitraggio impossibile… Hanno eretto le loro prime barricate con svariati “questo è solo mio”, hanno stabilito territori ben precisi incapaci di comprendere per quale motivo la mamma non voglia diventare uno di questi.

Discorsi e ramanzine non hanno sortito alcun effetto.

Quanto è facile cadere nella tentazione delle preferenze! Quanto è difficile annullare le leggi della matematica rivoluzionando il concetto base di primo e secondo per cucirlo in un tessuto di unico e assoluto. Quanto vorresti dividerti in due, moltiplicarti per tutte le loro esigenze, scappare di fronte a una spartizione, nasconderti quando ti chiedono un giudizio che ai loro occhi non sarà mai equo!

 

Li tengo a dormire insieme in un letto a castello apposta. Non ho diviso le due camerette apposta! Hanno in egual misura giochi e tempo libero da passare con la mamma, apposta! La differenza d’età è abbastanza esigua per concedermi almeno il lusso di non dover impedire alla piccolina qualcosa solo perché è più piccola né di far fare altre cose solo al più grande perché è più grande.

Ma qualche incidente scappa lo stesso, perché la competizione non sempre è alla portata di entrambi…

Insomma, è una missione impossibile, sul serio.

Poi però capitano quei rari, inattesi momenti in cui ti accorgi che sono passati già venti minuti senza urli o pianti e… entri nella camera dei giochi in punta di piedi e li vedi giocare insieme. Il loro gioco preferito è diventato maestra e alunno.

Oppure quando lei viene presa di mira da qualche gruppetto di bambine dispettose e lui va lì a sorvegliare la cosa con le braccia incrociate. Oppure ancora quando mi infurio con lei perché non si impegna a pattinare senza cadere e lui la prende da una parte e le insegna ad appoggiarsi ora qui ora lì con pazienza, dicendomi “se va fino a lì e non cade, le facciamo l’applauso, vero mamma?”.

Gli stessi momenti di rara bellezza in cui si fiondano insieme tra le mie braccia. E io stringo sul mio petto la testa di uno con una mano e la testa dell’altra con l’altra mano e gli sussurro “siete la luce dei miei occhi…”. Senza sentirmi divisa.

Fortunatamente ho 2 occhi, per poterlo dire. E 2 mani per poterlo testimoniare.

E 2 cuori. Ho senza dubbio 2 cuori.
postato da: mamminacara alle ore 12:21 | link | commenti (16)
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mercoledì, 04 giugno 2008

Lazzarona!

Sto meglio.

L’altro ieri sono riuscita a dormire fino alle 5 del mattino anziché le 4. Per la prima volta dopo due settimane!

E ieri ho finalmente elevato la mia condizione di invertebrato strisciante che trova sul pavimento il suo unico possibile giaciglio, a quella di essere umano capace di stare seduto su un divano per più di 5 minuti.

La dignità ne ha giovato. Quando si dice finire sul lastrico. O lastricato che sia.

L’ottimismo a questo punto è diventato talmente incontenibile da farmi osservare che il bustino ortopedico che mi fascia 24 su 24 ha un nonsoché di fashion e che il fatto che io zoppichi vistosamente conferisce al portamento un’aria accattivante da sopravvissuta.

Ictus? No, ernia discale espulsa e lombosciatalgia.

E’ meraviglioso quando ti guardano con tristezza ed esclamano “così giovane…”.

In salone fa la sua bella figura un materassino da campeggio, compagno di pomeriggi trascorsi a leggere e a scrivere, il frigo pullula di bevande per gli amici che sono passati ogni giorno a far due chiacchiere e il divano di casa somiglia sempre di più al lettino di uno studio di psicoanalisi ma sono felice.

Mi sento come Lazzaro! Ancora putrida e bendata ma vicina allo scoperchiamento.

Perfino il dolore fisso dietro la gamba è diventato un amico affettuoso, non vuole lasciarmi a nessun costo, nemmeno quando lo hanno bombardato aumentando le dosi di cortisone e quelle di antidolorifico, ma il fatto che sia diventato meno acuto mi rende così entusiasta che a volte rischio di dimenticarmene e di mettermi seduta accavallando le gambe come facevo di consueto quando ero giovane. Per fortuna lui è più previdente di me e si affretta a ricordarmi che certe cose me le devo scordare a vita.

Ovviamente non guido, non posso avvicinarmi a un’automobile nemmeno col teletrasporto, però vanto una fantastica manicure (la pedicure dovrà aspettare), leggo e soprattutto ho ripreso a scrivere.

Da qui a breve credo che pubblicherò un blog dedicato, rigorosamente a puntate.

Ma la cosa strepitosa è che il marito, visto che do strepitosi segnali di guarigione, ha deciso che a fine mese andrà via una settimana, in vacanza per conto suo… E queste son cose che ripagano qualunque sofferenza!

postato da: mamminacara alle ore 13:50 | link | commenti (12)
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martedì, 03 giugno 2008

Dichiaratamente fotovoltaica

In condizioni di gelo i pori dell’epidermide si chiudono (pelle d’oca), i muscoli si contraggono alla ricerca di un raccoglimento che possa concentrare dove possibile un minimo di calore (brividi) e tutto il fisico tende a quello che rappresenta un vero e proprio risparmio energetico.

D’inverno questa immagine di corpo rannicchiato, scosso dai brividi e intorpidito, mi rappresenta perfettamente. Fuori e dentro.

La mia creatività entra in letargo, il buonumore e l’ottimismo fanno scorta e poi si rintanano in qualche grotta sconosciuta attendendo il disgelo senza troppa fiducia, lo sguardo interiore assume tonalità in scala di grigio e una sorta di seconda pelle appesantisce il mio stato d’animo generale…

Non sarei oggettivamente in grado di sopravvivere se non avessi il pensiero latente rivolto verso la primavera, cui mi aggrappo caparbia, e sbattendo i denti nelle giornate peggiori, quelle che fanno salivare le nubi di piccoli chiodi ghiacciati, sibilo “tornerà!” serrando a forza la mascella.

 

In un’altra vita abitavo all’equatore.

L’altra vita è quella che ho vissuto per i miei primi 18 senza necessariamente credere nella reincarnazione. Quando in Italia scendeva la cortina lanuginosa dell’inverno, io emigravo con la mia famiglia verso paesi caldi, mi piaceva immaginare che l’aereo dove salivamo seguisse la rotta degli stormi migratori con le sue belle ali d’acciaio pronte a depositarci in spiagge più accoglienti.

Il caldo abbraccio di Singapore, Bangkok, Rio de Janeiro, Buenos Aires, Bombay, ci soffocava esuberante non appena il portellone dell’aereo si apriva. E a me si apriva di nuovo il cuore. Il mio cuore estivo.

Quando in Italia arrivava il momento di aprire gli armadi per sostituire i vestiti ed arieggiare cappotti, io infilavo in valigia le mie magliette leggere. Immaginavo i Natali rattrappiti dei miei amichetti mentre noi addobbavamo una palma di palline e lucine per poi correre in piscina parlando dei regali che Babbo Natale sarebbe riuscito a portare perfino lì, certo, perché no???

 

Ho appena infilato un paio di pantaloni corti. Sono sdraiata sul divano e i cuccioli sono andati festanti in bicicletta a fare una passeggiata. Il timore che possano prendere freddo ha fatto le valigie per godersi il suo giusto riposo e l’angolo dei medicinali ha già formato un sottile strato di polvere. La porta di casa è aperta, lascia entrare profumi, cinguettii, pollini, insetti, vociare di vicini, aromi di carne alla brace. E soprattutto la mia pace.

Si stiracchia pigramente il buonumore, ho di nuovo occhi in quadricromia, che si sono regalati nuove bouganville e nuove rose in giardino, devo aver lasciato da qualche parte quello strato di riparo interiore ma già non ricordo più dove. I pori della pelle sono distesi… la mascella è rilassata, guardo fuori dalla porta, mi scappa un “sei tornata…”.
postato da: mamminacara alle ore 22:16 | link | commenti (3)
categorie: ubi major
sabato, 31 maggio 2008

Classe 1969 e dintorni

Se mi fermo qualche istante ad osservare la mia generazione, vengo assalita da un senso di sconforto e di timore che non riesco a razionalizzare.

Ci sono dentro anch’io, non posso tirarmene fuori nonostante tutto.

Sarà che siamo il frutto di una catena generazionale ambigua, a cavallo tra eventi di scarso significato e profondi cambiamenti, senza una linea direzionale precisa, senza caratterizzazioni di rilievo… Voglio dire, i sessantottini avevano le loro ragioni. I predecessori, figli della Guerra, non ne parliamo.

E noi?

Noi non abbiamo dove collocarci, nessuno stravolgimento, nessuna identità.

Siamo i figli della ritrattazione, della rinegoziazione, del ripensamento, della caduta degli ideali e del tentativo di un ripristino degli stessi, purtroppo fallimentare. Alcuni posso vantare il riadattamento ad una condizione economica dapprima agiata e poi quasi misera, ma niente di più.

Quello che poteva fare la società, è stato già fatto. Senza di noi. Ci resta, press’a poco, giusto il degrado. Il tentativo di gestire una parabola discendente, di barcamenarci in una fase globale di luna calante.

Senza avere il coraggio di guardare in faccia il vuoto spaventoso che ci portiamo dentro.

I nostri nonni ci guardano costernati, i nostri figli crescono allo sbando. E noi in mezzo.

A godere del progresso e a subirne il regresso. Lobotomizzati dal Sistema Mediatico, che ci manipola senza alcuna presa di coscienza.

Quando mi viene detto “Il vero problema è che siete senza valori” non me la sento di ridurre questa affermazione a un cliché, a una frase di default che standardizza la mia generazione.

Abbasso la testa e mi dico che è vero.

La famiglia? Lasciamo perdere. La politica? Lasciamo perdere. La fede? Lasciamo perdere. La cultura? L’onore? La fedeltà? La lealtà? Lasciamo perdere.

Ecco, il fatto è che noi “lasciamo perdere”. Abbiamo alzato bandiera bianca, rinunciando a combattere. Riducendo i valori al comodo concetto di ideali, ovvero qualcosa di troppo alto e irraggiungibile. Una battaglia persa in partenza. Meglio lasciar perdere.

Gaber diceva “la mia generazione ha perso”… ecco, noi invece non ci abbiamo nemmeno provato.

E piano piano, con grande spirito di adattamento, ci siamo decentrati, traslocando il baricentro della nostra essenza da dentro a fuori.

Addobbando l’Apparenza per camuffare il povero scheletro denutrito della nostra Interiorità.

Lucine colorate intermittenti lampeggiano intorno al nostro essere benestanti o meno, palestrati, siliconati, capaci di praticare la raccolta differenziata con la stessa deferenza del praticare jogging, delegando a baby sitter e badanti quello che non possiamo fare per amore dei nostri interessi, impasticcando qualsiasi segnale di disagio, accendendo vacue passioni solo se hanno il tasto “on” e si possono comperare in offerta.

Ci preoccupiamo, con tiepido interesse, di ciò che accade al di fuori del nostro fuori. Silenziando ciò che avviene nel profondo.

Se fosse indifferenza, quanto meno sarebbe una scelta. Una presa di posizione.

Ma non abbiamo nemmeno quella. Noi lasciamo perdere.

Crolla tutto, si sbriciola tra le nostre dita incapaci, monetizziamo il danno e svolazziamo un po’ più in là. Ritenendo possa essere sufficiente per garantire questo drammatico stato di apatia che oramai è diventato il nostro elemento naturale.

Potrebbe rappresentare un enorme successo, un cambiamento significativo, essere capaci - di tanto in tanto, non spesso, ma di tanto in tanto - di metterci il viso tra le mani e piangere.
postato da: mamminacara alle ore 15:40 | link | commenti (5)
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venerdì, 30 maggio 2008

Due passi in giardino

Ora se puoi fai uno sforzo di immaginazione e prova a pensare che…

Che per esempio le tue relazioni sono come un giardino privato… Sì, forse ci hai già pensato.

Ma immagina.

Un giardino che rispecchia il tuo essere. Tu, il terreno. E tutto il resto, ciò che preferisci farvi crescere dentro.

Un giardino. Magari folto di alberi dalle salde radici. Oppure ricco di tante piccole piantine delicate che, se non annaffi spesso, seccano subito.

Ogni pianta, un tuo rapporto con qualcuno. Immagina.

C’è chi ama circondarsi di profumi coltivando fior fiori di amicizie, chi tende alla ricercatezza curando solo piante rare…

Chi predilige frutti saporiti e chi invece intrecci spinosi…

A seconda dei propri gusti, il giardino cambia connotati.

Perfino chi è solo capace di prendere, senza dare nulla, deve assoggettarsi alle regole della coltura. E alimentare giocoforza i frutti del proprio relazionarsi.

Vero è che qualcuno vive bene solamente nei giardini rocciosi, ma si tratta di personaggi rari, ringraziando il cielo, troppo chiusi e aridi, incapaci di coltivare la fortuna di non essere soli.

 

Il mio è un giardino segreto. Protetto e inaccessibile. Non sempre ho scelto chi ospitare, a volte semplicemente il vento ha deciso per me sospingendo semi lontani nel terreno circostante il mio cuore, che comunque hanno trovato da soli la loro collocazione, attecchendo saldamente. Il mio è un giardino segreto, ma  animato e fertile, dove amo passeggiare curando personalmente ciascun germoglio. Con il tempo e l’esperienza ho imparato a distinguere i parassiti, le graminacee, e a sradicarli senza troppi complimenti. Ho imparato a gestire l’invadenza, a direzionare la ramificazione di un rampicante, a rispettare i tempi di fioritura sopportando l’attesa, a dosare in quantità diverse ciò di cui ogni singolo rapporto ha bisogno. E né il tempo, né l’età, né la stanchezza, né il matrimonio, mi hanno portata a dimenticare questo giardino. Dicono che con le piante bisogna parlare. Forse questo è il segreto del mio giardino segreto.

 

Anni fa, ero in oriente, ho avuto modo di sorprendermi di fronte a una piantina particolarissima: don’t touch me, la chiamavano. Cresceva a ciuffetti in qualunque prato senza pretese di rarità, mimetizzandosi come fosse un semplice groviglio di foglioline ordinate a spina di pesce, ma se la sfioravi… se la sfioravi, quelle foglioline si ritiravano impaurite chiudendosi fitte fitte come a simulare tanti piccoli aghi appuntiti.

Non sarebbe mai stata in grado di pungere nessuno, era solo un suo espediente, un ingenuo inganno. Io avevo imparato a riconoscerla e quando ne trovavo una passavo ore a stuzzicarla, sfiorandola, lasciandola qualche minuto in pace fino a vedere le foglioline distendersi e poi nuovamente toccandola per vedere la sua timorosa, sensibilissima ritirata. Subivo il fascino di quella esagerata delicatezza.

Ospito da molto tempo questa specie curiosa nel giardino segreto, tra tante piante che rispecchiano la mia somiglianza con le persone di cui mi circondo nell’intimo dei rapporti interpersonali, lei è la sola, la sola che mi appartiene.
postato da: mamminacara alle ore 10:14 | link | commenti (12)
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giovedì, 29 maggio 2008

le Cronache di un Ernja

Ho taciuto, più per vergogna che altro, la condizione in cui verso da qualche tempo perché, come ho detto a qualche intimo, non ci avrebbero creduto in molti a tanta sfiga!

Credevo anch’io che la storia dell’intervento all’utero, dell’emorragia e del riposo forzato fossero sufficienti per considerare questo periodo significativamente difficile. Per cui scoprire che invece ero solo all’inizio mi ha preso in contropiede, devo ammetterlo.

Non immaginavo, per esempio, che il riposo forzato, sdraiata a letto, avrebbe creato dei problemi alla mia discopatia. Non credevo, per esempio, che dopo l’ennesimo alluvione sarebbe di nuovo entrata l’acqua dentro casa (c’entra, c’entra, ora spiego)… E di conseguenza non credevo che un tappeto intriso d’acqua assumesse un peso specifico di entità non indifferente… Per cui, pronta ad affrontare serenamente o quasi una nuova settimana lavorativa, quella mattina dopo l’alluvione davvero non credevo che inchinandomi a raccogliere il tappeto di cui sopra ci sarei rimasta secca.

Nemmeno a dire che ho eseguito un movimento sbagliato. No. Quando ho fatto per rialzarmi ho soltanto sentito “crack”. E così sono rimasta.

Avrei voluto ridere per l’incredulità… oltre che per la posizione imbarazzante da cui il marito ha dovuto trarmi in salvo. Ma il dolore da quel momento in poi è stato tale che…

Per farla breve, bloccata a letto un’altra volta.

Tre giorni di iniezioni, ha detto il medico di base. Mi hanno fatto un baffo.

E’ stato come se qualcuno avesse deciso di annodarmi il nervo sciatico per farlo più corto perché così è più carino…

Nessuna posizione ha potuto più alleviarmi la sofferenza. Nessuna.

24 h di dolore con la D maiuscola.

Bene. Risonanza magnetica e visita dal chirurgo ortopedico.

Risultato: ernia espulsa.

Cartellino rosso alla mia vita da bipede.

E due settimane di terapia cortisonica, di bustino con stecche, di letto, di sonno sul pavimento interrotto alle 4 di notte tutte le notti, di antidolorifici oppiacei.

Così oltre che incazzata e sofferente, sono pure strafatta come una zucchina.

Quando l’altro ieri il chirurgo mi ha detto “o stai altre 2 settimane a riposo assoluto o ti opero” non sono stata sopraffatta dal dubbio. Il riposo assoluto va benissimo. E me lo tengo.

Solo che…

Diamine! Mi avessero prospettato solo due settimane fa un periodo così lungo di “riposo”, avrei fatto i salti di gioia rimbalzando come la Palla Pazza che Strumballazza!

Adesso che non posso stare né seduta, né in piedi, né sdraiata a meno che non si tratti di pavimento, la cosa assume aspetti meno folcloristici. E il dolore costante mi sta dando ai nervi.

 

P.s. Sempre sia lodato il collegamento a internet senza fili!!!
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sabato, 24 maggio 2008

E tanti auguri a ME!

Raffaella Carrà

"Tanti auguri, a chi tanti amanti ha
tanti auguri, in campagna ed in città.
Com’è bello far l’amore da Trieste in giù
l’importante è farlo sempre con chi hai voglia tu
e se ti lascia lo sai che si fa...
trovi un altro più bello, che problemi non ha!!!"

postato da: mamminacara alle ore 19:05 | link | commenti (13)
categorie: smodato desiderio di superficial
mercoledì, 21 maggio 2008

Succede anche questo

Sapete cosa mi ha detto uno dei lor signori uomini?

Che segue i miei blog per capire le donne.

AH AH AH AH!!!

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lunedì, 19 maggio 2008

E chi più ne ha più ne metta

Adesso prendo il pc, piano piano, perché pesa. E non posso fare sforzi. Lo porto in camera da letto, mi ci sdraio accanto e lo accendo. Così forse posso scrivere quello che mi passa per la testa senza affaticarmi, poi lo connetterò un secondino al volo per postare e tanti saluti.

Non sono minacce d’aborto ma gli somigliano parecchio… Diciamo che mi limiterò a parlare di complicazioni post-operatorie, via, per gli animi più delicati. Che poi, tutto questo gran parlare di operazione, e che sarà mai!!!

Solo che tra sabato e domenica ho cominciato a preoccuparmi anch’io; prima ho tentato di aggirare l’ostacolo pensando fossero coliche epatiche e quindi chiedendo un’ecografia d’urgenza, dopodiché mi sono svegliata dentro lo stage di Profondo Rosso e ora eccomi qui, allettata. Mi ci manca giusto la badante.

Considero rapidamente che tra visite, paptest, colposcopie, ecografie e intervento, ho avuto più penetrazioni in un mese che negli ultimi tre anni!

“Lei non doveva strapazzarsi, signora!”

“Ma siete stati voi a dirmi che potevo fare tutto quello che faccio normalmente!”

“Scusi, ma lei cosa fa normalmente? Lancia le ragnatele sul soffitto e si arrampica per pulire i vetri?”

“Quasi, ho cambiato le lenzuola del letto a castello Ikea…”

“Ah, pure spiritosa! E magari ha fatto la spesa, il bucato, il giardinaggio…”

A questo punto abbasso pudicamente lo sguardo.

Perché ho fatto tutte queste cose e molto molto altro. A parte il sesso, beninteso.

“Bè, lei è un’incosciente, signora.”

“No, sono madre di due bambini, dottore, e già che ci siamo, nel referto oltre all’emorragia ci metta anche il culon irritabile!”.

postato da: mamminacara alle ore 15:26 | link | commenti (14)
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mercoledì, 14 maggio 2008

Come va?

A parte il fatto che mi sono appena messa in bocca una sigaretta mentre ne avevo già un’altra, direi che tutto sommato va abbastanza bene.
A parte il fatto che sono talmente abituata a non poter contare sulla presenza e sulla vicinanza di un uomo tanto da riuscire a dire vaffanculo anche quando mi trovo nel bisogno, direi che va bene.
Abbastanza bene, grazie, vaffanculo.
A parte il fatto che questa conizzazione all’utero ancora non si rimargina e la dottoressa che l’ha praticata mi ha fatto vedere - tra una telefonata e l’altra, tra un “guarda questo coglione” e l’altro - cosa mi ha tolto (Carino, ho detto. Eh sì, bella bistecca, ha risposto soddisfatta.), direi che va tutto abbastanza bene. Ha citato De André, la signora in camice verde. Mi ci trovi, ho risposto. Che il cd ce l’ho cementato nello stereo dell’auto da un mese con Hotel Supramonte a manetta, così ci siamo messe a canticchiare le più famose a gambe larghe. “Ok, mi arrendo” le ho detto alla fine, “è lei quella che ha il laser dalla parte del manico!”. A parte la puzza di pollo abbrustolito, il bruciore intenso e il sangue (non si ferma, infermiera non si ferma, tamponare, tamponare!) direi che va tutto bene. Secondo esame istologico nel giro di un mese, direi che va tutto bene.
E i bambini? Ah, i bambini… freschi di iscrizione al doposcuola. Perché su 4 nonni non si riesce a trovare il giusto gioco di equilibri e quelli paterni hanno fatto abbastanza danni da costringermi a lasciarli a scuola a mangiare tramezzini e a fare i compiti a casaccio e a tornare distrutti alle quattro e mezza del pomeriggio e a continuare a fare i compiti per casa dopo cena, dopo una giornata di lavoro e cucina da pulire e quintalate di vestiti da stirare eliminando quella parte di gioco sereno che ci eravamo ritagliati prima di andare a dormire… Gli ho detto, con il sussurro della buonanotte, “E’ dura, vero tesoro?”. Mi ha risposto “E’ dura, mamma…” chiudendo gli occhi stanchi. L’altra già dormiva. Non saranno né i primi, né gli ultimi, direi.
Per non farci mancare nulla, ieri sera manducando pastasciutta ci siamo accorti della presenza di alcune palline trasparenti in mezzo al condimento, simili a chicchi di sale grosso ma il sale fino a prova contraria si scioglie… “Cosa accidenti è questa roba???” Al secondo SKRUNCH con le forchette a mezz’aria restiamo un momento interdetti, sospettando di aver ingerito qualcosa di decisamente atipico. Finché la piccoletta non declama: “Tai, mamma, quella bustina piccolina che ho tovato nella catola delle scarpe  nuove?” riferendosi all’antimuffa. “L’ho apetta e c’eano quette palline cariiine…”. E ha visto bene di metterle nel pacco della pasta che ho utilizzato ieri. Tra l’occhio sbarrato dal terrore e la colica epatica il passaggio è stato breve. Interessante… Vorrei riuscire a riderci sopra e forse lo sto facendo. A meno che non sia una paresi.
Sì, direi che a parte tutto, va tutto bene.
postato da: mamminacara alle ore 21:41 | link | commenti (8)
categorie: cinismo
lunedì, 12 maggio 2008

Distinguo

Per fortuna gli amici non mi mancano e non mi sono mai mancati.
A seconda del grado di affetto che ci lega, qualcuno riesce a leggermi nel tono della voce e qualcun altro perfino tra le righe che non scrivo. Capiscono quando ho bisogno di qualcosa e si prodigano in mille modi. Ognuno come può.
Così capita che il mio ex scenda dal suo altare di presidente e venga a prendermi con l'autista per portarmi a cena fuori, che il mio collega di stanza mi offra spalla e cioccolata, che C. mi trascini a prendere un caffè per chiacchierare e S. mi cerchi in giro una fetta di crostata per la merenda, che R. mi fermi ogni santo giorno per chiedermi come sto oggi e A. mi dica "domani ti richiamo per sapere se hai fatto quello che dovevi fare, che M. mi telefoni da Milano, E. da Bergamo, F. da Bologna, C. da Messina,  K. da Buenos Aires, che C. mi scriva e P. pure, che C. mi lasci messaggi dolcissimi e D. mi chieda se può accompagnarmi perché non dovrei proprio stare sola... Tutti, indistintamente, mi conoscono abbastanza da rendersi presenti senza essere insistenti e si fanno orecchie attente anche quando non dico assolutamente niente, in piena libertà. Con discrezione. Con preoccupata premura. Con affetto sincero.
E chi mi ama?
Ah beh, chi mi ama, mi sega.


segato
postato da: mamminacara alle ore 15:38 | link | commenti (10)
categorie: distinguo
giovedì, 08 maggio 2008

Sposa